Laboratorio “Cartoline dal carcere”

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Donazione in memoria di Victor Canuti

“Donazione in memoria di Victor Canuti, perché il ricordo di luirimanga tra noi”.

L’associazione Arcobaleno ringrazia Marisa Pignocchi per la donazione in ricordo del figlio prematuramente scomparso.

Giornata della Lingua Madre 2019

Forse la mente di qualcuno pensando al mese di Febbraio, potrebbe andare a San Valentino e ai suoi festeggiamenti, a qualcun altro potrebbe saltare in mente il fatto che sia un meseanomalo con la sua bisestilità o che vi cada la fine del Carnevale tra i coriandoli del suo Martedì Grasso. Ma quanti penserebbero alla giornata internazionale della Lingua Madre?

Non tanti immagino, eppure sì, vi è una ricorrenza il 21 febbraio in onore del 21 febbraio del 1952, quando in Pakistan svariati studenti caddero sotto gli spari delle armate di polizia, per difendere la propria lingua madre; ma quale mai potevaessere questa lingua, per cui valeva la pena di lottare tanto fino addirittura a morire?

Origini e Storia

Nel 1952, il Bangladesh ancora non esisteva come paese autonomo, semplicemente era una regione del più grande Pakistan, per la precisione la regione orientale.Tuttavia nonostante il governo fosse unificato, tra le due regioni: Pakistan Orientale e Pakistan Occidentale, vi era una evidente disparità di trattamento.

Al Pakistan Occidentale già molto ricco e poco abitato veniva destinata la maggior parte dei fondi e degli investimenti statali, mentre il Pakistan Orientale povero, con poche risorse e dove risiedeva il grosso della popolazione veniva relegato a ultima ruota del carro. Giusto per dare un breve esempio ella situazione in quei primi anni ‘50:

Anno Fondi destinati al Pakistan occidentale (in crore, decine di milioni, di rupie pakistane) Fondi destinati al Pakistan orientale (in crore, decine di milioni, di rupie pakistane) Percentuale di spesa all’est rispetto a quella all’ovest
1950–55 1,129 524 46.4

[Fonte:  Wikipedia]

E così mentre il divario economico continuava ad aumentare, anche la disparità della forbice sociale si allargavaa dismisura fino al punto di arrivare a dividere quell’unico paese in due popoli.

Alle già esistenti tensioni economiche politiche e sociali, nel 1948 si aggiunse anche quella linguistica in seguito al proclama del Governatore Generale del Pakistan, che imponeva come unica, ufficiale, lingua nazionale l’Urdu: una lingua che però era parlata solo dai Bihari e dai Muhajir, due etnie che contavano un numero davvero esiguo di individui, mentre la maggioranza della popolazione occidentale parlava il Punjabi e quella orientale il Bengalese.

Le dispute al riguardo fermentarono per circa quattro anni fino a quando nel 1952 non sfociarono in una serie di rivolte studentesche e di attivisti bengalesi che non decisero di non assoggettarsi ad una imposizione che li avrebbe espropriati della propria lingua, ma lottarono e morirono per poter continuare a pensare, esprimersi e comunicare in Bengali.

Ad oggi, dopo numerose guerre e morti, il Pakistan Orientale parla Bengali e dal 1972 esiste come stato autonomo ed indipendente con il nome di Bangladesh.

Mentre in Pakistan Occidentale, ad oggi solo Pakistan, dopo la secessione della parte bengalese, si parlano più di 60 tra lingue e dialetti; l’Urdu è la lingua franca, un simbolo di identità musulmana e di unità nazionale, ed è parlata da oltre il 75% dei pakistani a livello nazionale.

 

Perché la lingua madre?

Chiunque abbia fatto l’esperienza di immergersi per un certo periodo di tempo in un contesto linguistico diverso dal suo, avrà senz’altro avvertito ad un certo punto la nostalgia di sentire suoni e parole familiari, appartenenti alla propria lingua d’origine; e il sollievo quando si è presentata l’occasionedipoter tornare a parlare la propria lingua madre.

I motivi di questo sollievo possono essere principalmente due: uno emotivo, e uno strutturale.

Quello emotivo, è dovuto all’associazione dei suoni a certe emozioni, che poi col tempo diventano ricordi e poi ancora affetti. La voce della mamma, le parole associate ai primi amori, alle sofferenze e alle gioie che la vita ci presenta durante il cammino della crescita, tutto rimane intrappolato dentro quei suoni che sono le parole e che con l’accumularsi dell’esperienza diventano come scrigni pieni di significati molte volte anche slegati dal rispettivo significante, ma ben più ricchi.

È così che il parlare la propria lingua non serve solo a trasmettere un contenuto linguistico,ma diventa il mezzo attraverso cui la nostra psiche rimane costantemente immersa in quel tiepido tepore di esperienze, ricordi, emozioni e sentimenti, senza cui tutto il nostro mondo sarebbe un po’ più vuoto.

Il secondo motivo, per cui la lingua madre risulta importante per la nostra personalità è legato alla struttura della mente e alla nostra capacità di elaborare pensieri.

Quando pensate, in che termini lo fate? Riuscireste a pensare senza parole?

Risulta evidente che la parola ed il pensiero sono divenuti col tempodue elementi strettamente legati tra di loro, al punto che faremmo davvero fatica oggi ad immaginare un contesto dove l’una cosa possa esistere senza l’altra.

Per questo lingue e strutture grammaticali diverse portano a pensieri e a modi di pensare diversi, che tuttavia richiedono uno sforzo e una fatica notevolmente più elevato rispetto a un contesto standard di monolinguismo.

Così se da una parte, allontanandoci dalla propria lingua madre, otteniamo il vantaggio di ampliare il nostro orizzonte di pensiero, dall’altro andiamo a mettere sotto stress l’equilibrio della nostra mente, che come tutto il resto del corpo funziona secondo un principio di economia a risparmio energetico:tutte le energie di qualsiasi tipo vengono distribuite nella misura e agli scopi strettamente necessarie per realizzarsi, in maniera tale da poter mantenerne sempre una riserva in caso di un bisogno, di un’emergenza, o di un pericolo improvvisi.

Per questo comunicare in una lingua che abbiamo interiorizzato e automatizzato, e che quindi ci richiede un bassissimo livello di elaborazione mentale rispetto ad una lingua straniera, può risultare rilassante e piacevole, soprattutto dopoparecchio tempo passato a parlare una lingua che non fosse quella madre, in cui ogni comunicazione ha richiesto un maggiore dispendio di energia per essere messa in atto.

Un Arcobaleno di Lingue

Per tutta la settimana del 21 Febbraio, con gli studenti dei corsi di italiano e con i ragazzi di scuole elementari, medie e superiori che partecipano ai progetti presso la Casa dell’Intercultura in via Toni, l’Associazione Arcobaleno ha svolto attività e laboratori atti alla valorizzazione della lingua madre di ciascun individuo e all’intendimento di come una loro reciproca coesistenza sia possibile.

Il percorso svolto con gli studenti di Italiano L2 di livello A1, condotti da Simone, un volontario in servizio civile, è stato incentrato principalmente su due attività: un memory linguistico e un collage di citazioni, aforismi e proverbi, provenienti dalle terre di origine dei partecipanti.

E così giocando a memory, Shreya, una ragazza indiana, a forza di girare cartoncini disegnati dai suoi compagni, nel tentativo di abbinare l’immagine alla parola corrispondente,  ha scoperto che in argentina la jeep 4×4 viene chiamata todo-terreno, mentre Abdulaye, di origine nigeriana ha visto per la sua prima volta una matrioska russa, e così via,riscoprendo oggetti e simboli provenienti da un po’ tutto il mondo: Nigeria, Perù. Argentina, Estonia, Filippine, Albania, Russia, Ucraina, Senegal, India, Giappone e Pakistan.

Presso la sede di Riccione, invece i due volontari in servizio civile: Thomas e Ilaria, insieme alla classe di lingua italiana L2 di livello B1, hanno sottolineato l’importanza di ciascun individuo, della sua lingua e del suo paese d’origine, invertendo i propri ruoli. Hanno quindi chiesto agli studenti di prendere posto dietro alla cattedra, improvvisandosi insegnanti per un giorno, dando loro così lo spazio, in questa nuova veste di insegnanti, di raccontare al resto della classe un aspetto caratteristico della propria cultura. Gli argomenti trattati hanno spaziato dalla storia della città di San Pietroburgo, alle curiosità della cultura albanese, dalle differenze fra le etnie Pashtun e Hazara, allafigura spirituale di                                                        Cheikh Ahmadou Bamba Mbackè. È stata una giornata volta allo scambio culturale e all’incontro di esperienze di vite lontane tra loro.

Ma torniamo ora alla sede di Rimini: la giornata dedicata ai proverbi ha calato i ragazzi in una dimensione più riflessiva in cui la nota dominante è stata la nostalgia della propria terra, e il ricordo dei nonni e dei vecchi saggi che avevano conosciuto là, in quella che ora sembra loro un’altra vita.

Vi lascio quindi con alcuni modi di dire che si discostano un po’ dal nostro canonico, contadino e sempre bello “Rosso di sera… Bel tempo si spera”:

Anche il giorno più lungo ha un suo tramonto.

Non si può spaccare una noce di cocco, senza aver mangiato prima una banana.

Il silenzio di Dio è bastato a creare l’Universo, che il tuo basti a non interromperlo.

L’ultimo invito che vorrei consideraste la prossima volta che vi capita di sentirvi abbattuti, insoddisfatti o spaventati, proviene dal profondo e solitario territorio delle Ande, ed è lo stesso che Alberto un signore sulla cinquantina madrelingua spagnolo, ha suggerito a Evans, mentre piangeva pensando alla sua terra lontana e ai suoi parenti mancati:

Non esiste un bene o un male che dura cento anni, né un corpo che necessiti di resistere tanto.

 

Simone Peccerillo

 

 

 

Misure di trasparenza nel sistema delle erogazioni pubbliche

Comunicazione ai sensi dell’art. 1, commi 125-129 della Legge 4 agosto 2017, n. 124

Sabato 2 Febbraio in molte piazze italiane “L’Italia che resiste” si è incontrata, qui il breve racconto di Simone Peccerillo sul presidio riminese:

 

Rimini in piazza per una Italia che resiste.

 

Molti i manifestanti che nel pomeriggio di sabato 2 febbraio, si sono raccolti in piazza Cavour, per contestare gli articoli contenuti all’interno del neo-approvato Decreto Sicurezza, a lungo promosso dal Ministro degli Interni: Matteo Salvini.

“Chiamiamolo decreto ti-metto-in-difficoltào decreto leva-diritti”, ha detto un manifestante dopo aver preso il microfono, tra i sorrisi ironici della folla.

In particolare, al centro della contestazione, oltre alla generale condotta del governo in materia di immigrazione, vi è l’abolizione del permesso di soggiorno per motivi umanitari e l’allungamento dell’iter burocratico per riuscire ad ottenere la cittadinanza italiana da parte degli immigrati.

E così, in piazza, sotto la pioggia, a rispondere all’appello convocato dalle 35 sigle sindacali e realtà associative presenti sul territorio riminese, un variegato connubio arcobaleno; e proprio dai rappresentanti della popolazione immigrata africana, a dispetto di qualsiasi pregiudizio linguistico, sono venuti alcuni degli interventi di maggiore intensità della manifestazione.

“Non chiedeteci perché scappiamo” è intervenuto dicendo un militante di casa Madiba, “scappiamo perché voi siete venuti con le armi, a rubare le nostre risorse; per questo non mi vergogno di essere povero, perché non l’ho scelto io… siete stati voi a sceglierlo per me. Senza l’Africa da sfruttare sarebbe l’Europa a morire di fame”.

Ma a prendere il microfono per portare la loro testimonianza di solidale umanità anche molti riminesi che, attivi in prima linea, aprono le loro case per accogliere questi ragazzi, che spesso dopo gli sbarchi vivono situazioni di estrema difficoltà e organizzano collette di beni e denaro per poterli aiutare a sostenere il tenore di vita italiano.

E come una signora riminese fa notare:

“Affinché si possano integrare, è giusto che anche loro si sentano uguali a tutti gli altri cittadini e beh, se vedete un uomo extracomunitario che indossa un paio di Nike ai piedi, non dovreste fare commenti o elargire giudizi, perché non sapete quale storia ci sia dietro a quel paio di scarpe; anzi io penso che dopo tutto il viaggio che hanno fatto, un paio di scarpe proprio se lo meritino”.

A concludere la manifestazione, che era iniziata con una catena umana di persone che si tenevano la mano, formatasi per circondare il municipio: minuti di naturale silenzio, in cui ognuno meditava sul profondo valore umano delle parole sentite durante il corso di tutto l’evento, poi, lentamente, lo sciogliersi della piazza.

E così tutti sono tornati alle proprie faccende e alle proprie case, ciascuno con il suo ombrello, ciascuno con la sua storia, e tutti con una maggiore consapevolezza.

 

 

Simone Peccerillo

(Volontario in Servizio Civile Nazionale – Associazione Arcobaleno)